Roma – Ieri, 1° maggio, Festa dei Lavoratori. Oggi, 2 maggio, il giorno dopo. Quello in cui si fa la conta di quello che è rimasto.
E allora facciamola, questa conta. Senza ipocrisie, senza il rispettoso applauso di circostanza che ogni anno accompagna la fine del Concertone di Piazza San Giovanni come se avessimo assistito a qualcosa di importante. Qualcosa che riguardi davvero il lavoro.
Spoiler: non ci riguarda. Non ci ha mai riguardato veramente. Quest’anno meno che mai.
Quello che è successo ieri, in ordine di importanza reale
C’è stato un grande evento. Centinaia di migliaia di persone a Roma. Otto ore di musica sul palco più politicizzato d’Italia. I leader sindacali con il microfono, i politici in platea a farsi fotografare, il governo a mandare i suoi messaggi — di segno opposto, com’è tradizione — e i giornalisti a trasmettere tutto in diretta come se stessero coprendo un evento di Stato.
Nel frattempo:
Le forze dell’ordine hanno lavorato. Davvero. Per garantire sicurezza a centinaia di migliaia di persone, contenere gli scontri tra antagonisti che puntualmente si presentano a bordo corteo come se la festa dei lavoratori fosse il loro habitat naturale, e gestire una piazza che in termini logistici è un incubo organizzativo.
La nettezza urbana ha lavorato. Davvero. Qualcuno dovrà pure raccogliere i rifiuti lasciati da un popolo che manifesta per i diritti dei lavoratori e poi lascia per terra bicchieri, lattine e volantini sindacali. Roma la mattina del 2 maggio è un campo di battaglia, e i netturbini — quelli veri, quelli con la paga da contratto collettivo — cominciano il turno straordinario già a notte fonda.
Gli organizzatori hanno lavorato. Contratti, sponsor, diritti televisivi, cachet degli artisti, catering, sicurezza privata, allestimento, smontaggio. Il Concertone del Primo Maggio è una macchina economica di tutto rispetto. Si parla di milioni di euro tra costi e indotto. Una bella fetta va ai soliti noti dell’industria dello spettacolo. Non è un segreto. Non è nemmeno un problema, in sé. Ma è un’ironia difficile da ignorare: la festa del lavoro è, anzitutto, un grande business.
I lavoratori morti sul lavoro non hanno potuto lavorare. Né ieri né mai più. Sono stati citati, come ogni anno. Un minuto di silenzio, qualche lacrima esibita, qualche numero — oltre mille morti nel 2025, i dati INAIL non mentono — e poi si va avanti con il prossimo artista.
Quello che non è successo
Non c’è stata una discussione seria sul lavoro.
Non sul lavoro povero, che in Italia riguarda quasi un lavoratore su cinque. Non sulla precarietà strutturale, che ha smesso di essere un’emergenza solo perché ci siamo abituati. Non sul decreto del 1° maggio appena firmato dal Governo, che ridisegna l’accesso agli incentivi legandoli alla contrattazione collettiva — una misura con conseguenze enormi per milioni di imprese e lavoratori, di cui si è parlato quasi zero dal palco. Non sull’intelligenza artificiale che sta trasformando interi settori produttivi senza che nessuno abbia ancora capito come tutelare chi perderà il proprio posto nei prossimi anni. Non sulla sicurezza nei cantieri, nei magazzini, nelle fabbriche — citata nel menu obbligatorio dei discorsi sindacali, ma senza mai diventare il piatto principale.
Il lavoro, in questa festa del lavoro, è rimasto quello che è diventato negli anni: la scusa. Il pretesto per fare altro.
Il dibattito del giorno dopo
E allora cosa tiene banco oggi, sul web, sui giornali, nei talk show che già si stanno organizzando?
Primo: Delia. La giovane cantante siciliana, finalista di X Factor, ha cantato Bella Ciao sul palco del Concertone. Fin qui, tutto normale. Meno normale — o almeno, così ha deciso il tribunale dei social — il fatto che abbia sostituito la parola “partigiano” con “essere umano”. La sua spiegazione era chiara: allargare il messaggio, renderlo universale, perché quello che è successo con la Resistenza in Italia non è una cosa solo del passato, ma qualcosa che succede ancora oggi.
Ragionamento discutibile o condivisibile, ognuno la pensi come vuole. Ma quello che conta — e che la dice lunga su dove siamo arrivati — è che questa è diventata la notizia del Concertone. Non la sicurezza sul lavoro. Non la precarietà. Non i numeri delle morti bianche. Una parola cambiata in una canzone.
Il web ha fatto il suo lavoro egregiamente: indignazione (“ha snaturato la Resistenza”), difesa (“è un atto poetico coraggioso”), qualcuno che ha tirato in ballo la Casa di Carta come se la storia della cultura popolare si riducesse a una serie Netflix. Migliaia di tweet, decine di articoli, ore di commenti. Tutto su una parola.
Secondo: Piero Pelù. Il rocker fiorentino è tornato sul palco con i Litfiba storici e ha fatto quello che Pelù fa da trent’anni: ha parlato. Di Chernobyl, di Palestina, di colonialismo. E poi, nel momento che ha fatto sobbalzare mezzo pubblico e ha già riempito i titoli: “Benito Mussolini fu sanguinario, fu un dittatore che con i suoi criminali alleati provocò una guerra da 80 milioni di morti. Nel 1945 mentre scappava travestito da soldato tedesco fu scoperto dai partigiani e fucilato. Benito Mussolini è un morto sul lavoro, ma è un morto sanguinario e traditore.”
“Morto sul lavoro.” Il tema della giornata, declinato in chiave paradossale, quasi sarcastica. Una provocazione retorica firmata Pelù, costruita con la tecnica del capovolgimento ironico. Discutibile? Certamente. Efficace per fare titoli? Moltissimo. Capace di spostare anche un millimetro il dibattito reale sulle morti nei luoghi di lavoro? Zero.
La domanda che nessuno fa
Eccoci qui, allora. Il giorno dopo il Concertone del Primo Maggio 2026, il dibattito pubblico italiano è tutto concentrato su una parola cambiata in una canzone e sulla battuta di un rocker su un dittatore morto ottant’anni fa.
Nel frattempo, un lavoratore edile è morto in un cantiere a Napoli. Non ieri — nei giorni scorsi. Come ogni settimana. Come ogni maledetta settimana (“any given week”, se vogliamo adeguarci allo spettacolo dal film di Oliver Stone sul football americano, dove ogni domenica/settimana è una battaglia, ogni settimana qualcuno ci lascia le penne).
Nel frattempo, milioni di lavoratori con contratti a termine aspettano di sapere se verranno rinnovati o no. I rider consegnano pizze senza sapere se saranno pagati per l’attesa tra una consegna e l’altra. I lavoratori della logistica fanno turni che nessun ispettorato riesce davvero a controllare. I giovani del Sud scelgono ogni giorno se restare con un lavoro che non esiste o partire verso un Nord che li vuole flessibili, disponibili e silenziosi.
E noi stiamo discutendo se “essere umano” è meglio o peggio di “partigiano”.
La domanda non è se Delia abbia avuto torto o ragione. La domanda non è se Pelù sia stato troppo di sinistra. La domanda è: come abbiamo fatto a costruire una festa del lavoro in cui il lavoro è diventato lo sfondo scenografico di tutto il resto?
Come funziona davvero il Concertone
Proviamo a dirlo senza finzioni.
Il Concertone di Piazza San Giovanni è un format. Un format rodato, efficacissimo, con il suo pubblico affezionato, i suoi sponsor, le sue regole non scritte. È finanziato con soldi pubblici e privati — la RAI trasmette, CGIL-CISL-UIL organizzano, le aziende di settore sponsorizzano. Gli artisti vengono — giustamente — pagati. L’indotto sulla città di Roma è reale: alberghi, ristoranti, trasporti, sicurezza privata.
Non c’è niente di male in tutto questo, in linea di principio. I grandi eventi costano e producono ricchezza. Ma c’è qualcosa di stonato — e stonato in modo sempre più evidente — nel fatto che questo format venga presentato ogni anno come il cuore pulsante della rappresentanza del lavoro in Italia.
Chi sale su quel palco è scelto da chi organizza. Chi organizza sono le confederazioni sindacali. Le confederazioni sindacali hanno i loro orientamenti, le loro battaglie, i loro alleati nel mondo della cultura. Niente di illegittimo. Ma il risultato è una piazza che rappresenta una parte — una parte legittima, certo — del mondo del lavoro italiano. Non tutto il mondo del lavoro italiano.
L’artigiano che lavora da solo non c’è. Il piccolo imprenditore che ha tre dipendenti e non sa come pagare i contributi del mese non c’è. Il lavoratore autonomo che ha perso i clienti durante la crisi e non ha avuto nessun ammortizzatore sociale non c’è. Sono tutti lavoratori. Nessuno di loro era a San Giovanni ieri. Nessun artista ha cantato per loro.
Cosa rimane
Alla fine di questa giornata, cosa rimane?
Rimane la stanchezza dei netturbini che hanno ripulito la piazza stanotte. Rimane il turno straordinario dei poliziotti e dei carabinieri che hanno tenuto in piedi l’ordine pubblico. Rimane la bolletta del Comune di Roma per i servizi straordinari. Rimane il cachet degli artisti, i diritti televisivi, il contratto degli sponsor.
E rimane — immutato, indiscusso, irrisolto — il problema del lavoro in Italia. Quello vero. Quello che non fa notizia. Quello di cui nessuno ha voglia di parlare davvero, perché è complicato, lungo, richiede competenze, richiede riforme, richiede coraggio politico e capacità tecnica.
Molto più facile parlare di una parola cambiata in una canzone.
Buon Primo Maggio, lavoratori dimenticati. Anche quest’anno.
di Claudio Armeni – Segretario Generale / Conf.SELP – Confederazione Sindacale Europea Lavoratori e Pensionati – CIAS