Il Decreto del 1° Maggio e la Trappola della Rappresentatività: chi ha dato le chiavi alla Triplice?

Il Decreto del 1° Maggio e la Trappola della Rappresentatività: chi ha dato le chiavi alla Triplice?
Maggio 02 12:40 2026 Print This Article

Il titolo recita “salario giusto”. Il meccanismo produce qualcosa di diverso.

Il Decreto-Legge 30 aprile 2026 n. 62, entrato in vigore il 1° maggio, è stato presentato come una misura di civiltà: quasi un miliardo di euro di incentivi pubblici legati all’applicazione di un “salario giusto”. Un patto tra Stato, lavoratori e imprese.

Ma chi legge il testo con attenzione — e soprattutto chi si occupa di relazioni industriali sul lato datoriale — non può non vedere il problema strutturale che il decreto porta con sé, e che finora è rimasto sottotraccia nel dibattito pubblico.

Il problema non è il salario. Il problema è chi decide quale contratto è “giusto” — e chi, di conseguenza, esiste.

La catena logica che esclude

Il decreto stabilisce che gli incentivi sono riservati ai datori di lavoro che applicano il trattamento economico complessivo previsto dai CCNL stipulati da organizzazioni comparativamente più rappresentative sul piano nazionale.

Sembra ragionevole. Ma proviamo a seguire la catena:

Passo 1. Per accedere agli incentivi, devi applicare un CCNL “rappresentativo”.

Passo 2. Un CCNL è “rappresentativo” se copre almeno il 5% dei lavoratori di un settore ATECO, secondo la riorganizzazione dell’Archivio CNEL (approvata a seguito della fase sperimentale avviata nell’aprile 2025).

Passo 3. Per avere quella copertura, devi essere stato parte attiva nella contrattazione del CCNL leader del settore.

Passo 4. Per partecipare alla contrattazione del CCNL leader, devi essere ammesso al tavolo negoziale.

Passo 5. Chi decide chi è ammesso al tavolo? Le parti che già siedono al tavolo.

Cioè: CGIL, CISL, UIL da un lato — e le confederazioni datoriali storicamente insediate (Confindustria, Confcommercio, Confartigianato ecc.) dall’altro.

Il risultato è un circolo chiuso. Se sei un’associazione datoriale nuova, settoriale, emergente, o semplicemente non gradita ai soggetti già insediati, non vieni invitata. Non firmi. Non sei rappresentativa. I tuoi associati perdono gli incentivi. Sei fuori dal sistema.

E tutto questo senza che esista una norma di legge che definisca in modo neutro, verificabile e impugnabile i criteri di accesso.

Il nodo costituzionale che nessuno vuole toccare

L’articolo 39, comma 1 della Costituzione è chiarissimo: la libertà sindacale è garantita. E in dottrina è pacifico che tale libertà si estende alle organizzazioni datoriali, non solo ai sindacati dei lavoratori.

Ma la libertà di esistere è una cosa. La libertà di contare è un’altra.

Il sistema attuale — aggravato dal decreto del 1° maggio — di fatto subordina gli effetti giuridici ed economici della rappresentanza datoriale a un riconoscimento che dipende dai soggetti già dominanti. Non dalla legge. Non da un’autorità terza. Dai concorrenti.

La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 156/2025, ha già segnalato che sistemi di questo tipo “hanno carattere provvisorio e attendono una disciplina definitiva”, invitando — per la quinta volta in cinquant’anni — il legislatore a intervenire. Il legislatore non ha risposto. Ha anzi emanato un decreto che cristallizza il problema invece di risolverlo.

La delega silenziosa alla Triplice

Proviamo a dirlo in modo diretto, senza eufemismi tecnici.

Il Governo, con il decreto del 1° maggio 2026, ha di fatto delegato a CGIL, CISL e UIL — e ai loro interlocutori datoriali tradizionali — il potere di stabilire chi, nel mondo delle imprese, ha diritto di esistere come soggetto contrattuale rilevante.

Questo non è scritto da nessuna parte. Non c’è una norma che lo dice esplicitamente. Ma è il risultato pratico di un sistema che:

  • non definisce per legge cosa significa essere “rappresentativi” sul lato datoriale;
  • non prevede un’autorità terza e neutrale (INPS, CNEL, Ministero del Lavoro) che certifichi la rappresentatività datoriale sulla base di dati oggettivi e verificabili;
  • non garantisce alcun diritto di accesso al tavolo negoziale alle organizzazioni che abbiano i numeri ma non l’accreditamento delle confederazioni storiche;
  • lega l’accesso ai benefici pubblici a un’appartenenza che non si può acquisire per via autonoma, ma solo per cooptazione.

Sul lato sindacale dei lavoratori, almeno, esiste uno strumento oggettivo: le elezioni delle RSU, le deleghe sindacali, i dati UNIEMENS sugli iscritti. E la Corte Costituzionale ha stabilito che un sindacato con reale consenso non può essere escluso dai diritti anche se non ha firmato il contratto.

Sul lato datoriale, non esiste nulla di equivalente.

Un imprenditore che aderisce a una confederazione settoriale, anche numerosa, anche attiva, anche pienamente legale — ma non invitata ai tavoli storici — si trova in una posizione giuridicamente inesistente. I suoi associati applicano un CCNL che non conta. Perdono gli incentivi. E non possono far nulla di legalmente immediato per cambiarlo.

Il CNEL come arbitro senza mandato

La riorganizzazione dell’Archivio CNEL — certamente utile per fare pulizia nei circa 800 contratti pirata — introduce un criterio quantitativo (la soglia del 5% di copertura) che suona oggettivo, ma nasconde una trappola.

Il 5% di copertura si misura sul passato. Fotografa chi è già dentro, non chi potrebbe entrarci. È un criterio di ingresso che premia chi è già entrato e sancisce l’esclusione permanente di chi non è mai stato ammesso.

Inoltre, il CNEL stesso non ha una base legislativa organica che gli attribuisca il potere di certificare la rappresentatività datoriale come autorità terza. Il suo archivio è uno strumento prezioso di ricognizione, non un registro anagrafico con valore giuridico certo. Lo stesso Presidente Brunetta ha riconosciuto che la riorganizzazione dell’archivio non è sostitutiva della definizione normativa dei criteri di rappresentatività — definizione che manca ancora.

Cosa dovrebbe cambiare

Non si tratta di difendere i contratti pirata. Nessuno vuole quello. Il dumping contrattuale è un problema reale che danneggia i lavoratori e le imprese che rispettano le regole.

Ma il modo per combatterlo non può essere consegnare le chiavi del sistema a chi già siede al tavolo.

Le organizzazioni datoriali — anche quelle storiche, anche le più grandi — dovrebbero chiedere con forza:

  1. Una legge che definisca criteri oggettivi e neutrali di rappresentatività datoriale, basati su dati certificati (imprese associate, settori coperti, lavoratori dipendenti degli associati) e non sull’accreditamento inter pares.
  2. Un diritto di accesso al tavolo negozialeper le organizzazioni che superino soglie predeterminate per legge, indipendentemente dal gradimento delle parti già insediate — sul modello di quanto la Corte ha imposto per i sindacati dei lavoratori.
  3. Un’autorità terza di certificazione(INPS e CNEL in coordinamento, con un ruolo formalizzato per legge) che accerti la rappresentatività su basi misurabili e impugnabili in sede giudiziaria.
  4. Un regime transitorioche, in attesa di questi strumenti, non penalizzi le imprese associate a organizzazioni datoriali prive di CCNL “riconosciuto”, almeno nel perimetro degli incentivi pubblici.

La domanda che ogni associazione datoriale dovrebbe porre

Se oggi la tua associazione non è tra quelle che firmano i CCNL leader del tuo settore — per ragioni storiche, per conflitti con le confederazioni storiche, per specializzazione settoriale, per qualsiasi altro motivo — il decreto del 1° maggio ti dice che i tuoi associati sono di serie B.

Non perché abbiano applicato salari bassi. Non perché abbiano eluso le norme. Ma perché non sei stata invitata al tavolo giusto.

Questa non è lotta al dumping. È protezione dell’oligopolio.

E finché il legislatore non costruisce una disciplina organica, trasparente e costituzionalmente fondata della rappresentatività datoriale, ogni decreto sul “salario giusto” resterà anche — e soprattutto — un decreto su chi ha il diritto di rappresentare le imprese

 

di Claudio Armeni – Segretario Generale / Conf.SELP – Confederazione Sindacale Europea Lavoratori e Pensionati – CIAS

  Categories: