Contratti pirata, sindacati autonomi e la stampa che non vede (o non vuole vedere)

Contratti pirata, sindacati autonomi e la stampa che non vede (o non vuole vedere)
Giugno 09 15:24 2026 Print This Article

C’è una storia che i grandi giornali italiani raccontano da mesi con una coerenza sospetta. Una storia con tre protagonisti buoni — CGIL, CISL, UIL — un antagonista di comodo (i “contratti pirata”) e un’unica soluzione possibile: rafforzare il monopolio delle grandi confederazioni storiche sulla contrattazione collettiva. Tutto il resto, il vasto mondo del sindacalismo autonomo che rappresenta milioni di lavoratori, semplicemente non esiste.

Gli articoli apparsi in questi giorni su la RepubblicaIl Fatto QuotidianoLa Notizia e Il Foglio sul decreto Primo Maggio e sul cosiddetto “salario giusto” ne sono l’ennesima riprova. Titoli roboanti — “Il decreto salva i contratti pirata”, “Il salario non è più giusto”, “Il regalo ai sindacati minori” — costruiti intorno a un’unica fonte: le dichiarazioni delle segreterie di CGIL, CISL, UIL e di Confindustria. Come se il panorama delle relazioni industriali italiane si esaurisse in quattro sigle.

La realtà che i giornali ignorano

L’Italia conta oggi oltre 900 contratti collettivi nazionali depositati al CNEL. Dietro a questo numero c’è un sistema frammentato, certo, ma anche una pluralità di organizzazioni sindacali e datoriali — che rappresentano comparti interi, categorie specifiche, lavoratori autonomi e PMI — completamente invisibili al dibattito pubblico. Non perché siano marginali. Ma perché non appartengono al circuito delle grandi confederazioni che presidiano i rapporti con governo, Confindustria e, evidentemente, con certi ambienti redazionali.

La tesi dominante sui giornali è questa: qualunque norma che non faccia riferimento esclusivo ai contratti delle “sigle più rappresentative” è automaticamente una norma che “salva i contratti pirata”. È una semplificazione tanto comoda quanto falsa. Equiparare il pluralismo sindacale al dumping contrattuale è una distorsione logica prima ancora che giornalistica.

L’articolo 39 che nessuno cita

C’è una norma della Costituzione italiana — l’articolo 39 — che stabilisce in modo inequivocabile che l’organizzazione sindacale è libera. Non libera per le grandi confederazioni e vincolata per le altre: libera. Quel comma è in vigore dal 1° gennaio 1948. Il quarto comma dello stesso articolo prevede che i contratti collettivi con efficacia erga omnes possano essere stipulati solo da sindacati registrati, rappresentati proporzionalmente ai propri iscritti.

Quella legge di attuazione non è mai stata approvata. In settantotto anni di Repubblica, nessun Parlamento ha mai avuto il coraggio — o la convenienza — di attuare la Costituzione in materia sindacale. Il risultato è che oggi la rappresentatività viene misurata attraverso accordi interconfederali privati (il TU Rappresentanza 2014, il Patto della Fabbrica 2018) che vincolano solo gli iscritti alle confederazioni firmatarie e che pongono soglie del 5% senza alcuna base costituzionale.

I giornali che oggi si scandalizzano per i “contratti pirata” ignorano sistematicamente questo dato. Non una riga sull’anomalia costituzionale. Non una parola sul fatto che il vero strumento per combattere il dumping contrattuale — la legge sindacale prevista dalla Costituzione — sia ancora lettera morta per precisa scelta delle stesse grandi confederazioni che oggi si ergono a paladine dei lavoratori.

Una comunicazione a senso unico

La campagna mediatica di questi giorni non nasce dal nulla. Nasce da un sistema di relazioni consolidato tra le grandi redazioni e i centri di potere sindacale e confindustriale. I portavoce di CGIL, CISL, UIL e Confindustria hanno accesso immediato alle pagine dei quotidiani nazionali. Le loro dichiarazioni vengono riportate come verità oggettiva, le loro posizioni come “la voce dei lavoratori” o “la voce delle imprese”.

Le organizzazioni autonome — che in molti settori hanno iscritti, contratti, rappresentanza reale e una legittimità giuridica assolutamente equivalente — vengono invece sistematicamente liquidate come “sigle minori”, quando non associate tout court ai contratti pirata. È una tecnica retorica, non un’analisi giornalistica.

Chi difende il pluralismo sindacale non sta difendendo il dumping. Sta difendendo la Costituzione.

Cosa chiediamo

La risposta del sindacalismo autonomo non può essere solo la protesta. Deve essere la proposta. E la proposta è semplice, costituzionalmente fondata e da troppo tempo ignorata: attuare l’articolo 39. Una legge sulla rappresentanza sindacale, approvata dal Parlamento, con criteri certi, oggettivi e trasparenti. Una legge che misuri davvero chi rappresenta chi, che certifichi i contratti collettivi sulla base di soglie democraticamente fissate, che garantisca a ogni organizzazione legittimamente costituita il diritto di sedersi ai tavoli che contano.

Chiediamo anche alla stampa — tutta, non solo quella schierata — di fare un passo diverso: di interrogarsi su chi parla, per conto di chi parla, e soprattutto su chi viene sistematicamente escluso dal dibattito. Il giornalismo che racconta solo una parte del mondo del lavoro non è giornalismo scomodo. È giornalismo di servizio, al servizio di qualcuno.

Comitato Articolo 39 · Presidio Nazionale · Roma · Piazza Barberini

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