Audizioni di facciata sull’esame del provvedimento.”Disposizioni urgenti in materia di salario giusto, di incentivi all’occupazione e di contrasto del caporalato digitale” : il rito della rappresentanza negata

Audizioni di facciata sull’esame del provvedimento.”Disposizioni urgenti in materia di salario giusto, di incentivi all’occupazione e di contrasto del caporalato digitale” : il rito della rappresentanza negata
Maggio 13 17:51 2026 Print This Article

Roma – Giovedì 14 maggio 2026, la XI Commissione della Camera dei Deputati convoca una lunga sessione di audizioni informali nell’ambito dell’esame del disegno di legge C. 2911, di conversione del decreto-legge n. 62/2026 recante “Disposizioni urgenti in materia di salario giusto, di incentivi all’occupazione e di contrasto del caporalato digitale”. Quattro ore abbondanti di slot da trenta minuti l’uno. Un elenco di sigle che scorre ordinato, quasi liturgico. E già nella scelta del termine — informali — si nasconde tutto.

“Informale” non è un dettaglio tecnico: è una dichiarazione di intenti. Ciò che è informale non vincola, non obbliga, non conta. È forma senza sostanza.

Il meccanismo è rodato. Si convocano i soliti noti — le confederazioni che il sistema riconosce come “comparativamente più rappresentative”, secondo una formula elastica che la giurisprudenza stessa fatica a delimitare — e si lascia fuori un universo variegato, crescente, spesso più radicato nei settori produttivi emergenti di quanto non siano le grandi sigle storiche. Il tutto si consuma in una mezza giornata, con audizioni a raffica da trenta minuti ciascuna, tempo sufficiente appena per presentarsi, prima che arrivi il turno successivo.

 

CONVOCAZIONE XI COMMISSIONE — 14 MAGGIO 2026
ore 13.30 Ordine consulenti del lavoro, Assodelivery, Assolavoro
ore 14.00 Assiterminal, Confapi, Confimi Industria, Conflavoro PMI
ore 14.30 Confprofessioni, Anief, Assindatcolf, Confsal
ore 15.00 Confartigianato, Casartigiani, CNA, Confesercenti, Federdistribuzione
ore 15.30 Conftrasporto, ANCIP, Alleanza cooperative, ANCE
ore 16.00 Unilavoro PMI, JustEat, Confintesa
ore 16.30 Confagricoltura, USB, NIdiL CGIL, Utilitalia
ore 17.00 Save the Children, ActionAid, Associazione Comma2, CLAP

 

Intendiamoci: nessuno di questi soggetti convocati è privo di legittimità. Molti rappresentano interessi reali e meritevoli di ascolto. Ma la domanda che si impone non è chi è dentro, bensì chi è fuori — e perché. Decine di organizzazioni sindacali e datoriali, alcune con basi associative che per numero e distribuzione territoriale superano quelle di sigle storicamente accreditate, non figurano nell’elenco, pur rappresentando centinaia di migliaia di aziende e milioni di lavoratori. Non per carenza di titoli, ma perché il sistema — attraverso il filtro della “maggior rappresentatività comparata” — ha già deciso chi conta e chi no, in spregio all’art. 39 della Costituzione repubblicana.

L’art. 39, lo ricordiamo, è lì dalla fondazione della Repubblica. Prevede la libertà di organizzazione sindacale e stabilisce che i sindacati registrati, dotati di ordinamento democratico interno, acquisiscano personalità giuridica e il diritto di stipulare contratti collettivi con efficacia erga omnes. Non è mai stato attuato. Non nel 1948, non nel 1970 con lo Statuto dei Lavoratori, non negli ottant’anni successivi. In sua sostituzione si è costruito nel tempo un sistema consuetudinario — circolari, prassi amministrative, orientamenti giurisprudenziali — che ha di fatto incoronato alcune organizzazioni e marginalizzato le altre, senza alcuna base costituzionale solida.

La gerarchia delle fonti del diritto non è negoziabile: la Costituzione sta sopra le leggi ordinarie, i decreti, i regolamenti, gli usi e le consuetudini. Non il contrario.

Nella gerarchia delle fonti che ci insegnano all’università — e che dovrebbe guidare chi legifera — la Costituzione è il cardine. Le leggi ordinarie, i decreti-legge, i contratti collettivi, le circolari ministeriali, gli usi e le consuetudini non possono prevalere su di essa, né possono prescinderne. Quando il sistema della rappresentanza sindacale viene costruito su basi extra-costituzionali — per quanto consolidate nel tempo — ne va la certezza del diritto. E la certezza del diritto non è un’astrazione accademica: è la condizione minima perché un lavoratore sappia a quale contratto è sottoposto, quale organizzazione lo rappresenta, quale tutela può vantare.

Questa consapevolezza non è più confinata alle sedi accademiche o ai convegni specialistici. Sta diventando patrimonio condiviso di un numero crescente e trasversale di organizzazioni — sindacali e datoriali insieme — che hanno deciso di non assistere ulteriormente da spettatori. La risposta che si sta costruendo è seria, strutturata, giuridicamente fondata: protocolli d’intesa, tavoli tecnici comuni, iniziative pubbliche coordinate e, ove necessario, azioni nelle sedi giudiziarie e costituzionali competenti. Non è un’operazione di protesta. È un percorso di rivendicazione costituzionale che coinvolge realtà di ogni settore e area geografica, con numeri che il sistema ufficiale fatica sempre più a ignorare.

 

Nel frattempo, lo spettacolo delle audizioni informali si ripete. I convocati si presenteranno in Commissione, consegneranno le loro memorie scritte — quando va bene — o useranno i trenta minuti per qualche dichiarazione di principio. Prima verranno le foto sui gradini di Montecitorio. Poi i post sui social. “Oggi abbiamo portato la voce dei lavoratori in Parlamento.” Una visibilità effimera, funzionale a chi deve rendicontare agli iscritti di aver partecipato, più che a chi deve effettivamente cambiare qualcosa.

Non è cinismo. È la descrizione fedele di un meccanismo che, per sua natura, non può produrre altro. Un’audizione informale non vincola il legislatore, non modifica il testo di un decreto, non obbliga la Commissione a recepire alcunché. È, per usare una categoria cara a Pirandello, una maschera: la forma esteriore della partecipazione, senza la sostanza della rappresentanza.

Eppure chi non viene nemmeno convocato — le organizzazioni che il sistema non riconosce come interlocutori legittimi — non ha nemmeno la maschera. Esiste, porta numeri, stipula contratti, assiste lavoratori e imprenditori ogni giorno sul territorio. Ma per le istituzioni non c’è, o quasi. È il paradosso pirandelliano portato al diritto del lavoro: ci sono soggetti che sono ma che il sistema non vede; e soggetti che il sistema vede ma che contano ormai meno di quanto la loro presenza istituzionale lasci supporre.

 

Ciò che si sta delineando, con crescente determinazione, è una risposta organizzata a questa anomalia democratica. Organizzazioni che fino a ieri operavano in parallelo, ciascuna nel proprio settore o territorio, stanno convergendo su obiettivi comuni: ottenere che la rappresentanza sia misurata con criteri oggettivi, trasparenti e costituzionalmente fondati. Che le audizioni — quando ci sono — siano formali e vincolanti, non cerimonie fotografiche. Che il pluralismo sindacale e datoriale, già realtà nei fatti, diventi finalmente realtà nel diritto.

Il decreto sul salario giusto merita un confronto serio. Il tema — retribuzioni adeguate, contrasto allo sfruttamento digitale, incentivi all’occupazione stabile — tocca la vita concreta di milioni di persone. Sarebbe un’occasione storica per riformare insieme anche le regole della rappresentanza. Invece, ancora una volta, si sceglie la strada della cooptazione selettiva. Ma questa volta, fuori da quella porta, non c’è il silenzio di sempre. C’è qualcosa che si sta organizzando. E non ha intenzione di restare fuori a lungo.

 

di Claudio Armeni – Segretario Generale Conf.SELP – Confederazione Sindacale Europea Lavoratori e Pensionati – CIAS

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