C’è una scena che racconta meglio di qualsiasi analisi lo stato delle relazioni industriali italiane nel 2026. Poche settimane fa, Maurizio Landini e Emanuele Orsini sono apparsi fianco a fianco davanti a una platea di delegati sindacali. Un gesto carico di significato rituale: nella liturgia della CGIL, portare qualcuno in casa propria equivale a un riconoscimento solenne. Il messaggio era inequivocabile — siamo d’accordo, il sistema regge, state tranquilli.
Giorgia Meloni ha poi suggellato il tutto dal palco di Confindustria, il 26 maggio, con un discorso che ha ricevuto ampi applausi. Si è parlato di Europa burocratica, di energia, di nucleare, di cantieri comuni per semplificare le regole. Tutto giusto, tutto condivisibile nel merito. Ma sotto la superficie di quella giornata si nasconde una scelta politica precisa, silenziosa e per questo ancora più efficace: la scelta di consegnare definitivamente il sistema delle relazioni industriali italiane a un oligopolio, usando il denaro pubblico come strumento di esclusione.
Incentivi pubblici per pochi eletti
Il decreto Lavoro varato il 1° maggio 2026 ha stanziato circa un miliardo di euro per incentivare le assunzioni. Una misura presentata come strumento di lotta al lavoro povero e ai cosiddetti “contratti pirata”. Fin qui, nulla da obiettare sull’obiettivo dichiarato.
Il problema è il criterio scelto per distribuire queste risorse: le ricevono solo le imprese che applicano contratti collettivi “maggiormente rappresentativi”. Tradotto: solo chi è dentro il recinto di CGIL-CISL-UIL e delle grandi confederazioni datoriali accede ai benefici. Gli altri — e sono una platea vastissima, che comprende oltre un milione e mezzo di lavoratori e imprese che applicano contratti regolarmente depositati e perfettamente leciti — vengono penalizzati due volte. Prima sul mercato, dove i software gestionali dei consulenti del lavoro li indirizzano sistematicamente verso i contratti “raccomandati”. Poi nelle casse dello Stato, da cui non riceveranno un euro.
Questa non è lotta al dumping contrattuale. È qualcosa di strutturalmente diverso: è lo Stato che delega a soggetti privati — le grandi confederazioni — il potere di decidere chi merita il sostegno pubblico e chi no. Un meccanismo che in qualunque altro settore dell’economia verrebbe definito senza esitazioni un cartello.
La Costituzione ignorata
Il paradosso più clamoroso è che tutto questo avviene mentre la Corte Costituzionale ha appena dichiarato illegittimo il sistema che lo alimenta.
Con la sentenza n. 156 del 2025, la Corte ha colpito l’articolo 19 dello Statuto dei lavoratori nella parte in cui condiziona l’agibilità sindacale in azienda alla firma del contratto collettivo applicato. Un meccanismo perverso che escludeva dall’attività sindacale in azienda i sindacati che, pur rappresentando lavoratori, non erano firmatari di quel determinato contratto. La Corte ha detto chiaramente: questo viola la libertà di rappresentanza. Ha sollecitato il Parlamento a intervenire.
Il governo non ha fatto nulla. Nessun decreto, nessuna proposta, nessun tavolo tecnico. Il vuoto normativo persiste, e chi ci prospera sa esattamente perché è conveniente lasciarlo lì.
Sullo sfondo rimane l’elefante nella stanza che la politica italiana non riesce — o non vuole — affrontare: l’articolo 39 della Costituzione, mai attuato. Quella norma prevede che i contratti collettivi abbiano efficacia erga omnes solo a condizione che le organizzazioni sindacali siano registrate e rispettino un ordinamento interno democratico. Non è mai successo. Il risultato è che i grandi contratti confederali vengono applicati di fatto come universali — attraverso la giurisprudenza sull’art. 36 in materia di retribuzione sufficiente — ma senza che nessuno abbia mai verificato con criteri trasparenti e democratici chi davvero rappresenta chi.
In questo vuoto normativo vive e prospera l’oligopolio. E in questo vuoto normativo il governo ha scelto di installarsi comodamente, invece di risolverlo.
La delega silenziata
Vale la pena ricordare un episodio recente, poco discusso ma rivelatore. La legge delega n. 144 del 26 settembre 2025 avrebbe dovuto riformare i criteri di selezione dei contratti di riferimento, sostituendo il parametro della “maggiore rappresentatività comparata” con quello della “maggiore applicazione”. Una riforma tutt’altro che rivoluzionaria, ma che avrebbe avuto il pregio di ancorare la legittimità dei contratti a dati oggettivi — quanti lavoratori li applicano davvero — invece che alla storia organizzativa delle confederazioni storiche.
CGIL, CISL, UIL, Confindustria e le altre grandi associazioni si sono opposte compatte. Il governo ha lasciato scadere la delega senza esercitarla. Nessuno schema di decreto, nessuna discussione pubblica, nessuna spiegazione. Silenzio. La “pace sociale” aveva il suo prezzo, e il prezzo era questo: lo status quo non si tocca.
Chi resta fuori
Ci sono categorie intere di lavoratori e imprese che questo sistema lascia ai margini. Associazioni datoriali e sindacali che operano legalmente, che hanno contratti depositati al CNEL, che gestiscono enti bilaterali funzionanti, che tutelano concretamente i propri iscritti — ma che non appartengono al club delle grandi confederazioni. Per loro non ci sono incentivi, non ci sono tavoli, non ci sono interlocutori istituzionali disponibili.
Nel frattempo, il sistema produce assurdità strutturali che nessuno vuole correggere: aziende pubbliche iscritte a decine di associazioni territoriali per gonfiare artificialmente i numeri della rappresentatività; sindacati che vantano iscritti che da anni non versano contributi; contratti che vengono dichiarati “rappresentativi” sulla base di stime opache e non verificabili.
La retorica della lotta ai contratti pirata serve a non vedere tutto questo. È più semplice dipingere il problema come una questione di furbi che scaricano costi sui lavoratori — e in parte lo è — che ammettere che anche i contratti “ufficiali” sono spesso il prodotto di un sistema di potere che si autolegittima.
Cosa serve davvero
Non è difficile immaginare cosa significherebbe affrontare seriamente il problema. Significherebbe dare finalmente attuazione all’articolo 39 della Costituzione, costruendo un sistema di misurazione della rappresentatività che sia trasparente, verificabile e aperto a tutti i soggetti che rispettino requisiti democratici. Significherebbe recepire la sentenza 156/2025 e regolare l’agibilità sindacale in azienda senza condizionarla all’affiliazione confederale. Significherebbe riformare gli incentivi alle imprese legandoli alla qualità effettiva dei contratti — retribuzioni adeguate, tutele reali, enti bilaterali che funzionano — e non alla provenienza confederale del contratto applicato. Significherebbe affidare la gestione della rappresentatività a un’autorità terza e indipendente — l’Antitrust o l’ANAC — sottraendola al CNEL, che non può essere arbitro di un sistema di cui è parte integrante.
Niente di tutto questo è nell’agenda del governo. E non lo è perché la “pace sociale” che si è costruita negli ultimi mesi ha un costo preciso: nessuno dei tre vertici del triangolo — governo, Confindustria, CGIL — ha interesse a riaprire la partita.
Il problema è che fuori da quel triangolo ci sono milioni di persone. E la loro libertà di scegliere da chi farsi rappresentare non è una questione tecnica. È una questione costituzionale.
Claudio Armeni Segretario Generale di Conf.SELP – Confederazione Sindacale Europea Lavoratori e Pensionati – CIAS