Tanto rumore per nulla: che fine hanno fatto i quattro quesiti sul lavoro oggetto del referendum del giugno 2025?

by fastadmin | 10 Aprile 2026 11:39

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Quattro milioni di firme. Quattordici milioni di voti. Otto mesi di campagna, volantinaggi, maratone contro l’astensionismo, palchi, cortei. E poi? Il silenzio. Le norme contestate sono ancora lì, intatte. I sindacati sono già altrove. Una storia italiana di passione improvvisa e smemoratezza strutturale.

 

  1. Il teatro della mobilitazione

C’è una liturgia ben collaudata nella storia del sindacalismo italiano. Inizia sempre con un’assemblea solenne — meglio se al PalaDozza di Bologna, meglio ancora se il 25 aprile — in cui si annuncia che stavolta è diverso, che stavolta si fa sul serio, che stavolta i lavoratori non resteranno a guardare. Si raccolgono le firme. Si organizzano i banchetti davanti ai supermercati. Si affittano i pullman. Si tappezzano i muri. Si celebra ogni traguardo intermedio come una vittoria di popolo.

Il referendum sul lavoro dell’8 e 9 giugno 2025 ha rispettato il copione alla lettera. La CGIL di Maurizio Landini ha raccolto oltre quattro milioni di firme per quattro quesiti che toccavano la vita concreta di milioni di lavoratori: il Jobs Act e i suoi licenziamenti senza reintegro, i contratti a termine e la loro causale, le indennità nelle piccole imprese, la responsabilità solidale negli appalti — dove, non a caso, muore la maggior parte di chi muore sul lavoro in Italia, circa mille persone all’anno.

La mobilitazione è stata imponente, almeno sulla carta. Il 19 maggio 2025, la CGIL ha organizzato in piazza Vittorio Emanuele a Roma una “maratona contro l’astensionismo”. Il Partito Democratico ha presidiato le sedi Rai in tutta Italia, accusando il servizio pubblico di oscurare il dibattito referendario. Un deputato radicale si è presentato alla Camera travestito da fantasma per protestare contro il silenzio del governo. Il 14 maggio, il simbolo della campagna è stato proiettato sulla facciata di Palazzo Chigi con un flash mob notturno. Non mancava niente.

Quattordici milioni di italiani sono andati a votare Sì. Due milioni in più di quanti avessero votato i partiti di governo alle politiche del 2022. Eppure, otto mesi dopo, non è cambiato nulla.

Il risultato è noto. L’affluenza si è fermata al 30,5%: troppo poca per superare il quorum del 50%+1 imposto dall’articolo 75 della Costituzione. I Sì hanno preso l’88% dei voti espressi su tutti e quattro i quesiti sul lavoro — una percentuale bulgara, si direbbe in altro contesto — ma non è bastato. Il governo Meloni, che aveva invitato i propri elettori all’astensione con coerenza e disciplina, ha vinto senza nemmeno presentarsi al ring.

  1. La strategia dell’astensione organizzata e il problema del quorum

Prima di scaricare ogni responsabilità sul governo di centrodestra — che pure ha scelto consapevolmente una strategia di boicottaggio democratico — è necessario fare i conti con una domanda scomoda: chi ha scelto lo strumento referendario sapeva perfettamente a cosa andava incontro.

Il quorum del 50%+1 è, nell’Italia contemporanea, una soglia quasi proibitiva. Negli ultimi trent’anni, su dieci referendum abrogativi che richiedevano il quorum, solo due lo hanno superato: quello del 1995 e quello del 2011. In tutti gli altri casi — trivelle, giustizia, lavoro — il meccanismo dell’astensione organizzata ha funzionato come un veto silenzioso ma efficacissimo. Lo sapevano i giuristi. Lo sapevano gli analisti elettorali. Lo sapeva chiunque avesse memoria storica del movimento referendario italiano.

Lo sapeva anche la CGIL. Eppure ha scelto quella strada. E qui sta il primo nodo critico che nessuno, nel dibattito post-referendum, ha voluto affrontare con onestà: il referendum non era solo uno strumento per cambiare le norme. Era anche, forse soprattutto, uno strumento di visibilità politica.

L’assemblea generale della CGIL del 26 marzo 2024 — quella che ha deliberato la campagna referendaria — aveva previsto un pacchetto più ampio: manifestazioni nazionali, proposte di legge di iniziativa popolare, giornate di sciopero. Il referendum era uno dei tanti strumenti, non il solo. Ma nel corso dei mesi è diventato il tutto, oscurando tutto il resto e caricandosi di un peso politico e simbolico che uno strumento con un quorum quasi invalicabile non avrebbe mai potuto sostenere.

Il referendum non era solo uno strumento per cambiare le norme. Era anche uno strumento di visibilità politica. E come tale, anche la sconfitta poteva essere gestita come una vittoria.

Landini lo ha confermato lui stesso, la sera del 9 giugno, di fronte ai microfoni: “Il quorum non è stato raggiunto, ma tutte le persone che hanno votato sono la base di partenza. La mobilitazione continua.” Una frase perfetta nella sua ambiguità: un modo per non ammettere la sconfitta senza negare il risultato. Il problema è che quella “base di partenza” non è mai diventata punto di arrivo di nulla di concreto.

III. Dopo il referendum: il grande silenzio

Nei mesi successivi al voto di giugno, le norme contestate sono rimaste esattamente dove erano. Nessuna iniziativa parlamentare specifica è stata avviata sull’abrogazione del Jobs Act. Nessuna proposta di legge di iniziativa popolare sul lavoro — non sulla sanità, non sulla giustizia, sul lavoro — è stata costruita e portata in Parlamento con la stessa energia con cui era stata costruita la campagna referendaria.

La CGIL ha invece cambiato terreno di gioco con una velocità che avrebbe fatto invidia a un centrocampista di Serie A. A dicembre 2025 c’è stato uno sciopero generale contro la Legge di Bilancio 2026: salari bassi, caro-vita, tagli alla sanità. Temi importanti, per carità, ma completamente diversi dai quattro quesiti per cui quattro milioni di persone avevano firmato in primavera. Poi è arrivato il nuovo referendum sulla riforma della giustizia — separazione delle carriere dei magistrati — su cui Landini ha annunciato l’impegno della CGIL con lo stesso vigore con cui aveva annunciato i referendum sul lavoro.

Il lavoratore assunto dopo il 7 marzo 2015, quello che viene licenziato ingiustamente e non ha diritto al reintegro, è rimasto solo con il suo contratto a tutele crescenti. Il lavoratore a termine che non sa se il suo contratto verrà rinnovato è rimasto solo con la sua precarietà. Chi lavora in un cantiere in appalto è rimasto solo con una catena di responsabilità che si dissolve nel nulla ogni volta che c’è un infortunio.

Il dimenticatoio non ha un indirizzo fisico. Ma ha un’apertura straordinaria ogni volta che una battaglia sindacale scomoda cessa di essere utile come palcoscenico e diventa solo un problema da gestire.

  1. La CISL e la politica del risultato concreto

C’è un’altra storia, meno raccontata, che si intreccia con il fallimento referendario. Mentre la CGIL combatteva la sua battaglia di visibilità, la CISL — che aveva invitato all’astensione sui quesiti sul lavoro — lavorava su un obiettivo diverso, più pragmatico e meno spettacolare: la legge sulla partecipazione dei lavoratori alla gestione, al capitale e agli utili delle imprese.

La legge è entrata in vigore proprio mentre si consumava il flop del referendum, quasi a sottolineare il contrasto tra due visioni del sindacalismo. Da un lato la logica della mobilitazione di massa, del grande gesto politico, del referendum come manifesto ideale. Dall’altro la logica della contrattazione paziente, dell’emendamento capitolo per capitolo, del risultato concreto negoziato dentro le istituzioni piuttosto che contro di esse.

Non si tratta di giudicare quale delle due visioni sia più “autentica”. Si tratta di riconoscere che una delle due, in questo caso, ha prodotto un risultato tangibile. E l’altra no.

  1. La surrogazione dell’urgenza come strategia

Esiste un meccanismo psicologico e politico che potremmo chiamare surrogazione dell’urgenza: si genera un enorme clamore attorno a una causa, si mobilitano energie enormi, si crea l’impressione che quella causa sia il centro di tutto. Poi, quando la causa non vince, si sposta l’energia su un’altra causa. Senza bilancio. Senza autocritica. Senza chiedersi se lo strumento scelto fosse quello giusto, o se esistessero alternative che nessuno ha voluto imboccare.

Questo meccanismo non è prerogativa esclusiva dei sindacati italiani. Lo conoscono i partiti politici, le associazioni di categoria, i movimenti sociali di ogni orientamento. Ma nel caso del sindacalismo italiano ha una specificità: si applica a questioni che riguardano la vita quotidiana di milioni di persone — il lavoro, il salario, la sicurezza, la continuità dell’impiego — e che quindi non possono essere trattate come oggetti intercambiabili in un catalogo dell’indignazione.

Quattro milioni di persone hanno firmato per cambiare le norme sul licenziamento. Non per cambiare la riforma della giustizia. Non per ottenere un taglio alla spesa sanitaria privata. Per quello, e solo per quello. Quando quella causa viene archiviata e sostituita con un’altra senza spiegazioni, senza un bilancio onesto di cosa è andato storto e perché, quelle quattro milioni di firme diventano carta straccia. E il messaggio implicito che arriva a chi ha firmato è il peggiore possibile: la tua firma serviva a fare numero, non a fare politica.

Quattro milioni di persone hanno firmato per cambiare le norme sul licenziamento. Non per cambiare la riforma della giustizia. Quando quella causa viene sostituita con un’altra senza bilancio, quelle firme diventano carta straccia.

  1. Cosa si poteva fare — e non si è fatto

Non è vero che dopo il fallimento referendario non esistessero strade percorribili. Ne esistevano almeno tre, e nessuna è stata imboccata con convinzione.

La prima era la proposta di legge di iniziativa popolare specifica sul lavoro. La CGIL aveva già uno strumento simile nel cassetto — erano parte del pacchetto originario del 2024, accanto ai referendum. Portare in Parlamento una proposta articolata sulle tutele contro il licenziamento, sulla causale dei contratti a termine, sulla responsabilità negli appalti avrebbe mantenuto vivo il dossier, costretto l’opposizione a votare e il governo a motivare il no, e soprattutto avrebbe dato un segnale ai quattro milioni di firmatari: siamo ancora qui, non abbiamo smesso.

La seconda era la pressione sulle opposizioni parlamentari per presentare emendamenti mirati. Il Partito Democratico, che aveva sostenuto i referendum nonostante le sue contraddizioni interne sul Jobs Act — introdotto dal governo Renzi, lo ricordiamo — avrebbe potuto e dovuto tradurre quella posizione referendaria in atti parlamentari concreti. Non è accaduto, anche perché nessuno gliel’ha chiesto con la stessa energia con cui gli era stata chiesta la campagna per il Sì.

La terza era più semplice e più radicale di tutte: fare un bilancio pubblico, onesto, della campagna. Spiegare ai lavoratori perché il referendum non ha funzionato, cosa non ha funzionato nella strategia, cosa si farà diversamente la prossima volta. Questo è il minimo che si deve a chi ha dedicato tempo, energie e speranze a una causa. Il sindacato non lo ha fatto.

VII. Il nodo strutturale: quando il sindacato perde il mandato

C’è una questione più profonda che attraversa questa vicenda e che riguarda la crisi del mandato sindacale nell’Italia contemporanea. Il sindacato tradizionale nasce per rappresentare gli interessi dei lavoratori nelle sedi in cui quegli interessi vengono decisi: le aziende, i contratti collettivi, il Parlamento. È uno strumento di mediazione e di pressione dentro le istituzioni.

Negli ultimi anni, almeno nella sua componente più visibile, il sindacalismo italiano — o almeno una parte di esso — ha progressivamente spostato il proprio baricentro verso un modello diverso: quello della mobilitazione permanente, della piazza come strumento primario, del referendum come surrogato della politica parlamentare. Un modello che ha una sua legittimità e che risponde a un’esigenza reale — la distanza crescente tra istituzioni e cittadini — ma che presenta un rischio serio: quello di essere più efficace nel generare visibilità che nel produrre cambiamenti.

La vicenda del referendum sul lavoro è, da questo punto di vista, emblematica. Si è investito tutto in uno strumento di democrazia diretta che per funzionare richiedeva condizioni — il superamento del quorum — quasi impossibili da creare nell’Italia di oggi. E quando quello strumento non ha funzionato, non si è tornati agli strumenti tradizionali della mediazione istituzionale. Si è semplicemente cercato un nuovo strumento di visibilità.

Il risultato è che i lavoratori che avevano firmato, votato, speranzosi che qualcosa cambiasse, si trovano oggi esattamente dove erano prima. Con in tasca la certezza, rafforzata dall’esperienza, che la loro partecipazione non cambia nulla. Che le battaglie sindacali cominciano con grande frastuono e finiscono in silenzio. Che il posto più affollato del sindacalismo italiano non è la sede di contrattazione, non è il tavolo del Ministero del Lavoro, non è l’aula del Parlamento.

È il dimenticatoio.

 

Shakespeare sapeva quello che faceva quando ha intitolato una commedia “Molto rumore per nulla”. Nella commedia, alla fine, gli equivoci si risolvono, i personaggi si riconciliano, tutto finisce bene. Il difetto del modello applicato al sindacalismo italiano è che il sipario cala, e tutto rimane com’era. Con buona pace dei quattro milioni che avevano firmato, convinti che quella firma servisse a qualcosa di più che a riempire un archivio.

Il lavoro — quello vero, quello che si svolge ogni mattina alle 8 nei cantieri, nei magazzini, negli uffici e nelle fabbriche — non aspetta i comunicati stampa. Non aspetta i congressi. Non aspetta il prossimo referendum. Aspetta che qualcuno, una volta tanto, torni sulle cose dette e non fatte. Che dica: avevamo promesso quello. Non l’abbiamo ottenuto. Ecco perché, ecco come ci riproviamo.

Fino ad allora, il dimenticatoio resta il luogo di lotta sindacale più frequentato d’Italia. E non ha nemmeno bisogno di un indirizzo

 

                                          Claudio Armeni –

Segretario Generale Conf.SELP – Confederazione Sindacale Europea Lavoratori e Pensionati – CIAS

 

 

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