by fastadmin | 7 Aprile 2026 13:14
Roma – In un sistema che da oltre settant’anni riconosce il problema senza mai risolverlo, può accadere che un convegno non sia solo un momento di confronto, ma diventi un punto di discontinuità. È ciò che è accaduto a Palazzo Valentini, nella Sala Sassoli, dove il convegno nazionale promosso da RELIN – Centro Studi e Ricerche e dal CIN – Coordinamento Intersindacale Nazionale ha mostrato, con evidenza non più eludibile, che il tema della rappresentanza sindacale non è solo aperto: è ormai maturo per una ridefinizione strutturale.
Non era scontato, in un venerdì di Pasqua. Eppure la sala non è bastata. Partecipanti arrivati da tutta Italia, relatori provenienti da contesti istituzionali, accademici e operativi, una presenza diffusa e attenta che ha seguito sette ore di lavori senza cedimenti. Alcuni hanno seguito l’intera giornata in piedi. Non è un dettaglio organizzativo: è un indicatore politico.
Il nodo della rappresentanza sindacale e datoriale in Italia è tra i più studiati e meno risolti. Dall’attuazione mancata dell’articolo 39 della Costituzione fino ai ripetuti tentativi di regolazione negli ultimi decenni, il sistema ha prodotto analisi, proposte e commissioni, ma nessuna sintesi normativa efficace. Nel corso del convegno è stata ricostruita una sequenza significativa: oltre venticinque anni di riforme tentate e mai portate a compimento. Non per mancanza di consapevolezza politica, ma per l’assenza di una reale volontà di intervenire su equilibri consolidati.
Questo ha generato un sistema formalmente pluralista ma sostanzialmente squilibrato, privo di criteri certi di rappresentatività e caratterizzato da una proliferazione di contratti collettivi, fenomeni di dumping e difficoltà oggettive nel misurare la reale presenza delle organizzazioni nel tessuto produttivo.
Fin dall’apertura dei lavori, affidata a Claudio Armeni, Presidente di RELIN e Segretario Generale CONF.SELP, insieme all’On. Fabrizio Sartori, è stato chiarito l’obiettivo dell’iniziativa: non descrivere il problema, ma contribuire a risolverlo. Il convegno si è infatti presentato come un cantiere operativo, un luogo di elaborazione concreta.
Nel corso delle sette sessioni tematiche sono stati affrontati i principali nodi del sistema: la crisi della rappresentanza organizzativa, il ruolo del CNEL, il tema dei contratti maggiormente applicati, il dumping contrattuale, l’impatto delle nuove tecnologie e la necessità di criteri oggettivi per la misurazione della rappresentatività. Il confronto ha mantenuto un approccio trasversale, tenendo insieme dimensione giuridica, economica e organizzativa.
Tra gli interventi più significativi, quello dell’On. Renata Polverini ha evidenziato il blocco politico che da anni impedisce una riforma strutturale. Il professor Mario Tocci ha affrontato il tema sul piano giuridico-costituzionale, mentre l’avvocata Paola Pezzali ha introdotto le criticità legate al lavoro digitale e alle piattaforme, che mettono in discussione le categorie tradizionali del diritto del lavoro.
Elemento centrale della giornata è stata la presentazione della Proposta di Legge CIN/CONF.SELP, un testo già strutturato per l’iter parlamentare. La proposta introduce un cambio di paradigma: la rappresentatività non più fondata esclusivamente su dati formali, ma su criteri sostanziali quali la presenza reale sul territorio, l’attività continuativa e la capacità effettiva di rappresentanza.
Tra le proposte emerse, particolare attenzione ha suscitato quella dei Raggruppamenti Temporanei Sindacali, che consentirebbero alle organizzazioni di aggregarsi per la sottoscrizione dei contratti collettivi, rafforzando la capacità negoziale senza comprimere il pluralismo.
A differenza di molti momenti di confronto, il convegno ha prodotto anche effetti immediati. A conclusione dei lavori sono stati firmati e rinnovati diversi contratti collettivi nazionali, segno concreto di una giornata che ha saputo coniugare riflessione e operatività.
Il dato più rilevante resta tuttavia la partecipazione. La presenza massiccia, la qualità degli interventi e il livello di attenzione registrato per l’intera durata dell’evento indicano che il sistema è entrato in una fase di maturazione.
Per decenni il tema della rappresentanza è rimasto sospeso tra consapevolezza e inerzia. Il convegno del 3 aprile segna un passaggio diverso: non più la semplice analisi di un problema, ma l’avvio di un percorso.
La direzione indicata è chiara: costruire un sistema pluralista, trasparente e misurabile, capace di dialogare con le istituzioni con una voce credibile. La partecipazione registrata a Roma rappresenta un segnale inequivocabile. Il tempo del rinvio sembra essere terminato.
INTERVENTO PRESIDENTE CONF PMI ITALIA – TOMMASO CERCIELLO
Il tema della legittimità della rappresentanza sindacale e dei contratti collettivi tocca uno dei nodi più delicati del mercato del lavoro nostro sistema della contrattazione sociale.
Il punto di partenza non può che essere l’Articolo 39 della Costituzione italiana.
I padri costituenti immaginarono un sistema chiaro: libertà sindacale piena, ma anche regole certe sulla rappresentanza. La Costituzione prevedeva infatti la registrazione dei sindacati e la possibilità, per quelli effettivamente rappresentativi, di stipulare contratti collettivi con efficacia erga omnes, cioè validi per tutti i lavoratori appartenenti a una determinata categoria.
Tuttavia, come sappiamo, quella parte dell’articolo 39 non è mai stata attuata.
Non è mai stata approvata la legge che avrebbe dovuto disciplinare la registrazione dei sindacati e stabilire criteri pubblici e trasparenti per misurare la rappresentatività.
Il risultato è che il sistema italiano si è sviluppato affidandosi alla prassi e all’autoregolazione delle parti sociali.
Per molti decenni questo modello ha restituito uno scenario con pochi grandi sindacati, poche grandi organizzazioni datoriali, contratti collettivi nazionali riconosciuti di fatto da tutti, negando – di fatto – la possibilità di crescita di altre organizzazioni
Oggi però il contesto è cambiato.
Assistiamo a una frammentazione crescente delle organizzazioni sindacali, alla proliferazione di contratti collettivi e, in alcuni casi, alla presenza di accordi sottoscritti da soggetti con una rappresentatività molto limitata. Questo fenomeno genera incertezza e alimenta il dibattito sui cosiddetti contratti “pirata”, che rischiano di indebolire il valore stesso della contrattazione collettiva.
La questione che si pone oggi non è solo giuridica, ma anche istituzionale e sociale:
chi rappresenta davvero il lavoro?
e chi ha la legittimazione per stipulare contratti che incidono sulle condizioni di milioni di lavoratori?
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La vera questione è la sostanza della rappresentanza.
Un sindacato è realmente rappresentativo quando:
Allo stesso modo, la contrattazione collettiva mantiene la propria legittimità quando riesce a garantire equilibrio tra tutela del lavoro, competitività delle imprese e coesione sociale.
Per questo motivo il dibattito sulla rappresentanza non dovrebbe essere vissuto come uno scontro tra organizzazioni, ma come un’occasione per rafforzare l’intero sistema delle relazioni industriali.
Serve un modello che sappia tenere insieme due esigenze:
da un lato regole chiare e trasparenti sulla rappresentatività,
dall’altro la valorizzazione della sostanza della rappresentanza, cioè della reale capacità delle organizzazioni di interpretare e comporre gli interessi del lavoro e dell’impresa.
In altre parole, la legittimità non nasce soltanto dalla forma giuridica, ma dalla credibilità sociale delle organizzazioni e dalla qualità della contrattazione.
Il compito delle istituzioni, delle organizzazioni sindacali e delle rappresentanze datoriali è allora quello di preservare e rafforzare questo patrimonio, evitando che la frammentazione indebolisca uno degli strumenti più importanti della nostra democrazia economica: la contrattazione collettiva.
Ecco perché è necessario rivedere e disciplinare – finalmente – in maniera chiara e trasparente i criteri della rappresentanza, facendo tesoro dei tentativi fatti in questi anni, come il Libro bianco del lavoro in Italia di Marco Biagi che conteneva una visione complessiva delle relazioni industriali, individuando soggetti collettivi legittimati a partecipare al dialogo sociale e alla contrattazione, attraverso il superamento la vaga ed aleatoria nozione di “maggiore rappresentatività” a favore di criteri verificabili e certificati
Perché è proprio questo il punto: il nuovo modello che bisogna immaginare dovrà essere fondato sulla sostanza delle cose e non su posizioni di rendita. Occorre un sistema di parametri che misuri in maniera oggettiva la rappresentatività che può variare da settore a settore, piuttosto che da un territorio ad un altro, dal livello nazionale a quello locale. L’indice di valutazione dovrà tener conto dei servizi che vengono offerti e del progetto complessivo di rappresentanza.
Conf PMI ITALIA collabora da tempo con la Conf SELP, così come con altri sindacati dei lavoratori, per garantire un modello di relazioni che abbia al centro la persona, che sappia individuare il giusto equilibrio tra il profitto delle imprese e la sicurezza ed il benessere dei lavoratori. Un impegno condiviso che si traduce in diversi contratti collettivi già firmati che rispecchiano in maniera puntuale le esigenze delle parti e che va rilanciato anche in quei settori dove i lavoratori sono fuori dall’ombrello delle tutele e che vanno normati e disciplinati
E lungo questo solco, il lavoro svolto per questa proposta di legge va nella direzione giusta per recuperare il tempo perduto.
Tante sfide ci attendono, mantenendo sempre lo stesso spirito, quello di conquistare con i fatti e non con le rendite di posizione la fiducia dei lavoratori e delle imprese
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